domenica 26 giugno 2011

Salire altrove


Dario come sempre accetta il mio invito. Così domenica pomeriggio, verso le 16.30, siamo a Gemona. Le pareti della palestra di roccia sono tutte libere tranne alcune del settore difficile occupate dal mitico Gianni e da alcuni suoi amici. La giornata è tersa, il sole scalda, ma la temperatura a quest'ora è sopportabile. Dopo aver avvisato del nostro arrivo Ilaria, che è con Matilde a fare un giretto per Udine per consolarla della sua prima sbucciatura "seria" al ginocchio, ci prepariamo e partiamo salendo sulla seconda via del settore facile. La salita mi risulta semplice, arrampico cercando di misurare bene l'appoggio dei piedi e quasi senza accorgermene sono in catena. Scendendo metto già i moschettoni sulla via vicina. Anche Dario arrampica bene e riesce a concatenare i passaggi in modo fluido. Rimetto le scarpe e subito riparto, il ritmo oggi è svogliatamente serrato. La via è leggermente più impegnativa, ma concateno i movimenti senza pensare troppo e i moschettoni già in parete mi permettono di dare maggiore continuità ai movimenti. Procediamo così salendo vie man mano più impegnative, come la "gialla" che non vuole più concedermi di trovare una serie di bei movimenti che avevo intuito tempo fa. La via sopra la "quercia nella roccia", infine, mi regala un po' di soddisfazione dopo avermi impegnato con un passaggio esposto sopra un altro alberello, facendomi ricordare cinicamente le difficoltà dell'ultima uscita ad Anduins. Scorre la corda nei moschettoni, nel grigri e tra le mani, scorre la roccia sotto le mie falangi e sotto i miei passi, scorre intangibile il tempo, ma quasi non me ne accorgo. Non ho assaporato la roccia sotto le mie dita, il sole sulla mia schiena, l'equilibrio trovato e il limpido panorama; mentre salivo la mia testa era inchiodata altrove dai serrati ritmi quotidiani, dalla fatica cronica, dalle tensioni varie e infine dalle sofferenze di alcuni cari amici. Arrampicare significa superare quella superficie che ti separa dal ciclo del quotidiano, immergendosi completamente nella verticalità e nella coinvolgente ricerca dell'equilibrio sopra il vuoto che cresce e chiama sotto di te. Solo la corda ti tiene collegato sottilmente al resto delle cose e al tuo compagno a cui ti affidi, prima di riportarti alla fine indietro. Mi perdo in questi pensieri mentre scendiamo rapidamente verso casa...


1 commenti:

Anonimo ha detto...

E poi arriva il tempo della stagione che desideri vivere intensamente, quel tempo delle giornate lunghe, della luce a fior di pelle, delle corse a perdifiato, delle ascese mozzafiato. Quel tempo troppo bello che, come ogni attimo, devi vivere con pienezza con tutto te stesso. Fuori e dentro.