Dopo le vacanze in Umbria, dove il tempo è sempre splendente, mi sembra strano doverlo sottolineare, ma questo secondo sabato di settembre offre un tempo ideale per una attesa e desiderata escursione alpina.
Alla Casera Pramosio si respira una certa allegria tra gli scalatori, gli amici, le famiglie e i bambini che scalpitano per l'avventura. Verso le nove e mezza ci avviamo verso Cima Avostanis, Dario parte subito deciso, con un passo rapido e inesorabile che io faccio fatica a seguire. Dopo aver superato molti escursionisti, che invidio non poco per la loro lentezza, chiedo a Dario di rallentare un po' se non vuole vedermi crollare stramazzato al suolo. Il paesaggio è splendido e ogni tanto ci fermiamo per ammirarlo, per scattare qualche foto alle mucche che ruminano serene o a una marmotta che sbuca da una tana, per rinfrescarci nelle acque di un gelido ruscello e per tirare il fiato. Dopo circa un'ora siamo al lago. Qui un bambino e suo papà pescano felici i salmerini che vengono subito liberati, mentre Dario scopre tristemente di non poter pescare con le esche a sua disposizione.
Lasciato lo splendido scenario procediamo verso la Cima Avostanis lungo comodo sentiero che sale alla destra delle pareti sulle quali stanno arrampicando alcuni alpinisti.
Il programma di oggi prevedeva di arrivare alla cima Avostanis per rientrare al Lago dopo un giro ad anello, ma quando Dario vede in lontananza la cima della Creta di Timau mi propone di raggiungerla, così dopo una breve merenda sulla sommità della Cima di Avostinis, procediamo dritti verso la nuova meta. Lungo il sentiero troviamo le gallerie che offrirono a mio fratello e a me rifugio da un temporale, dal quale siamo scappati lasciando i compagni più lenti indietro, lungo la ripida salita che sale dal Pal Grande. La stessa salita, credo con maggiore angoscia, fu percorsa nella guerra da soldatini ungheresi, falcidiati a pochi passi dalla cima dal fuoco italiano, che li ributto rotolanti verso la fine, sacrificati all'orgoglio di chi ben protetto se ne stava ad ammirare la manifestazione della propria superbia.
Ritrovato con un po' di incertezza il sentiero che avevamo abbandonato per seguire le trincee della dorsale e che ora sale ripido e sottile su una cimetta da superarare, proseguiamo verso la Creta di Timau. Le mie gambe cominciano a sentire la fatica a causa della lunga inattività estiva, ma la volontà di Dario e gli splendidi scorci su lago e sulle pareti che si aprono man mano che saliamo di quota mi spronano. I piedi stranamente subiscono la durezza degli scarponi (è troppo che non li uso), ma per fortuna il ginocchio non mi da fastidio. Mentre da sud salgono nubi bianche, attraverso una breve ferratina, arriviamo in cima.
Dopo la foto di rito, ci godiamo i nostri panini con la mortadella, l'aria pulita e il profondo e pervasivo silenzio, rotto solo dal vento e dai rintocchi della campanella che facciamo tintinnare più volte. Da qui la Casera Pal Grande è piccola piccola, da laggiù anni fa ho scattato una foto che amo particolarmente al monte su cui sono ora. Laggiù, forse per sempre, ho fatto odiare la montagna a Ilaria, sottoponendola al peso di una lunga marcia e di uno zaino eccessivo.
Attraverso un sentiero alternativo giungiamo al lago dove visitiamo la casera prima di scendere. Lungo la mulattiera incrociamo altri papà con i loro bambini affardellati a dovere che salgono per una notte in sacco a pelo alla del lago.
Giunti all'automobile, mentre le cime salite oggi scompaiono dietro le nuvole, ci rinfreschiamo con un’amarissima n.9.
Mentre guido chiacchierando con Dario comincio a sentire i segni che la giornata ha lasciato sui miei muscoli, sulla mia pelle abbronzata e nella mia testa che sente il dolce peso della passeggiata.

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